Tentazioni di un pittore in preda al colore di Claudio Cerritelli


Claudio CerritelliRadici del passato Che la vicenda creativa di Giorgio Moiso sia anomale e irrequieta nella sua felicità di fluire e di perdersi nel colore è un’impressione che il suo percorso sembra indicare in ogni fase, e che la pittura degli ultimi anni conferma, coinvolta da nuovi ritmi del gesto che si impongono con la forza della naturalezza, traendo dalla materia impulsi e nuove tentazioni. Moiso ha dipinto tutto quanto ha potuto nelle stagioni che lo hanno visto impegnato a farsi un’ottica, a costruire sul filo di molteplici riferimenti culturali una fisionomia di pittore alla ricerca di equilibrio tra il fermento cromatico e la necessità di fare i conti con la rappresentazione visibile.

Moiso è stato inizialmente figurativo e naturalista, attratto da immagini vegetali e dallo studio della luce, con il paesaggio ha stabilito un rapporto ossessivo, con la natura è entrato in simbiosi portandosi sempre oltre la garanzia dell’immagine realistica: negli spiragli dei canneti o nelle tessiture dei rami ha esplorato le vibrazioni interne della forma. In Azione Sull’albero, a metà anni settanta, Moiso interviene in tempo reale sull’ambiente, agisce direttamente sul corpo della natura, fascia un tronco o lega un ramo con la corda, misura lo spazio dall’interno, non dipinge un frammento di paesaggio ma interagisce con esso. Si tratta di un comportamento liberatorio con cui Moiso verifica il suo vincolo con la pittura, esclude dal contesto del suo agire favorendo una riflessione critica sul valore dell’opera dipinta.

Da questa fase anomala, ma necessaria, nasce la convinzione che è la pittura il vero destino possibile, che non può esservi altra strategia creativa che quella legata al dinamismo cromatico, e questo pensiero lo accompagna fino a oggi. Dopo qualche forzata interruzione, soprattutto negli anni ottanta, Moiso torna dunque nel ventre del colore, ritrova l’istinto di pittore sempre a partire da “madre-natura”, origine di tutte le trasformazioni possibili, dipinge d’istinto immagini che gli restituiscono vibrazioni e vertigini ritmiche del segno calcolate in rapporto al quoziente emotivo del colore. Questa spinta lo porta a confrontare diversi modi di dipingere, dalla trascrizione intuitiva del dato naturalistico alla sua valenza astratta, dalla velocità d’esecuzione alla strutturalità della composizione, dal segno gestuale a quello costruttivo, attraverso una dialettica espressiva che gli verrà buona più avanti, in fase più vicina alle prove attuali. Affascinato da questo “mondo di segni colorati” Moiso porta alla pittura “la gioia di scrivere”, intende la scrittura come ricerca di equilibri con il colore, come immagine in bilico tra il valore visivo delle lettere e l’analogia verbale della materia pittorica.

Tra giochi di parole incise nella materia del colore e libere cadute dei segni in campo aperto, la pittura viaggia per diversi anni alimentandosi di ciò che il paesaggio offre del suo repertorio più attraente, campi di fiori e frutti proibiti, aromi della natura e umori vegetali, elementi che respirano nel movimento veloce delle mani, sempre più al posto delle pennellate. L’immagine della natura diventa una giungla di pensieri vivi, di sensazioni primarie che nascono dal desiderio di creare presenze sconosciute dentro la zona nascosta delle cose. In questo esercizio di emozioni pittoriche Moiso non s’arrende di fronte al destino sempre più difficile del dipingere, anzi acquista una consapevolezza mai avuta prima, quella di seguire tutte le tentazioni che scaturiscono “dall’avere a che fare con la pittura”, dall’emergere di motivazioni che nascono nel corpo a corpo con la superficie.

E’ per questo che l’artista inizia a cercare immagini che stanno dentro il cuore della materia, ascolta i ritmi profondi del colore, non si stacca dai suoni cromatici di un paesaggio esagerato ma sa ascoltare anche il silenzio dello spazio, le sonorità ovattate che portano l’immagine lontano dal “bla bla bla” dei miscugli della pittura. Pittura e musica, velocità d’immaginazione Moiso non è certo interessato a teorizzare quello che va facendo, tutt’al più riflette il fatto che il vero fondamento della pittura è il piacere di farla e di godere il suo evento nella solitudine dello studio, in un clima di isolamento assoluto, necessario alla genesi imprevedibile di forme che scaturiscono delle mescolanze istintive della mente. In tal senso, tutto converge entro l’alveo del dipingere: l’ultima evoluzione visiva del reale, lo sguardo rapito da un giardino in fiore, la voce dei colori oltre il paesaggio, le dissonanze irripetibili della musica, lui che la musica la suona, ed è qualcosa da non trascurare. Tuttavia non è neppure da supporre che questa passione possa condizionare la pittura o che l’idea di un rapporto tra l’arte delle percussioni e le ritmiche gestuali del dipingere debba essere a tutti i costi vincolante.

Nel rapporto con il suono il colore non è mail succube, la pittura raramente ha bisogno di altri sostegni per esistere, anche quando ne ha l’opportunità più motivata, come nel caso di Moiso. Non è irrilevante il fatto che quasi mai l’artista evoca la musica nei titoli dei quadri, essa è quasi ignorata mentre molteplici sono le allusioni alla vita, ai sogni delle cose, alle forme di bellezza che il colore interpreta attraverso personaggi che sfuggono a qualunque definizione. Del resto, quella del jazz e della pittura astratta sono modalità che Moiso non ha bisogno di esibire perché fanno parte della libertà d’esecuzione che il pittore e il musicista sanno gestire al di là di parallelismi teorici tra questi differenti linguaggi, rispetto ai quali spesso sono indicati rapporti troppo meccanici per essere veri. E’ chiaro che ci sono travasi di ritmi fisici e mentali tra questi modi di esprimersi che Moiso coltiva nella sua creatività, esistono convergenze operative nell’affrontare l’una o l’altra ipotesi espressiva, oppure nel realizzare simultaneamente, come gli capita talvolta di fare quando dipinge in pubblico sotto l’effetto della musica, sul filo dei suoi ritmi.

Potremmo chiederci: è il pittore che accompagna la musica o la ritmica del suono che entra nella sue vene? Nulla di questo probabilmente o forse tutto questo, fatto sta che quando Moiso dipinge è la pittura che domina su ogni altra questione, è la pittura che muove la mente e il corpo espandendosi nel vuoto, esattamente come quando è immerso nelle seduzioni ossessive del jazz, è la natura del musicista che viene fuori modellando il suono come una materia. Certamente è l’arte di improvvisare quella che tiene unite queste due esperienze, la capacità di inventare vibrazioni sempre diverse con coinvolgono il pubblico con l’intensità del linguaggio, molto più diretto quello della musica ma non meno inglobante quello della pittura. “solo la velocità d’azione – ha scritto Georges Mathieu nel 1960 – rende possibile cogliere ed esprimere tutto quanto sale dal profondo dell’essere, senza che il suo prorompere venga fermato e deformato da ripensamenti ed interventi razionali”. Anche per Moiso è evidente che la velocità d’esecuzione porta la pittura al cospetto dei suoi estremi limiti, a moltiplicare il gesto fino al punto di annientarsi nell’azione del colore, con un comportamento nei riguardi dell’opera che spesso deborda dai significati pittorici per consumarsi nel rapporto inquieto con la vita.

Non a caso Martina Corgnati, in un recente testo, ha sottolineato l’insofferenza di Moiso “nei confronti delle ristrettezze del linguaggio” e il fatto che egli è “pittore cui la pittura va stretta”. Quanto basta per capire che dipingere come dipinge Moiso è qualcosa che va al di là della disciplina convenzionale del pittore, è un modello aperto alle contaminazioni purché esse restituiscano il senso energetico del colore, soprattutto le tensioni della vita da cui la forza interiore di ogni linguaggio deve trarre senso. Echi frenetici e nuove tentazioni Con questi dinamismi siamo agli inizi di questo decennio e all’intensa stagione con cui Moiso oggi è in preda al colore, alle più forti emozioni che nella sua storia abbia forse mai provato, con una coscienza del fare che lo spinge, sempre più fortemente, a irrompere nello spazio fino a possederlo, instante per istante, con l’automatismo denso del gesto. La pittura è attraversata da echi frenetici e da nuove tentazioni che corrispondono al suo modo di dar corpo all’opera, capace di esagerare il rapporto con il colore fino a renderlo passione carnale che non sta nei limiti dovuti, debordante come un’anima in pena.

Meglio sarebbe dire: come un fiume in piena che non cerca di arrestare il suo corso, anche se è necessario arginare il flusso dei colori in qualche punto non prestabilito della superficie, a stabilirlo è quasi sempre il caso, l’evidenza di un particolare senza peso che all’improvviso si dilata in un nuovo movimento, necessario al proseguimento dell’opera. Ma quando si arresta – ci chiediamo – la pittura che Moiso muove quasi alla cieca, con l’istinto di chi si disinteressa al gioco che conduce? Quale straordinario pensiero permette di chiudere la sfida aperta con il colore, con l’irruenza tattile con cui esso restituisce all’occhio tutto il vigore sensoriale trasmesso dagli impasti, dalle tracce informi che hanno una precisa ragione d’essere? Il momento per staccarsi dalla velocità d’esecuzione dell’opera non è mai uguale a se stesso, Moiso non ha infatti progetti da realizzare ma pensieri obliqui e traiettorie irregolari da seguire, si lascia andare alla portata fisica del gesto che scarica sulla tela il moto perpetuo dei sensi cromatici fino a considerare bastevole a se stesso il processo provvisorio del colore. In quanto attimi di un pensiero globale le opere di questa mostra sono definibili come “tentazione delle pittura”, e questo termine va inteso in tutta la natura desiderante dell’atto pittorico, in tensione con le forme che prendono corpo nel corso della sua ricerca di identità.

Tentare la pittura significa immergersi nella fluidità della materia con quella carica quasi irresponsabile che ogni gesto esprime nella sensazione cromatica, fino a realizzare una visione che ogni volta si ripropone con l’entusiasmo di pulsazioni sempre diverse. All’instabilità dei fermenti informali Moiso accompagna la memoria del figurale, uno stato d’animo nasce nell’ipotesi dell’altro, graffiando e incidendo la materia l’artista insegue figure che non ha mia smesso di cercare, anche quando tutto era un amalgama di forme irriconoscibili.

I temi preferiti sono per lo più legati a immagini di donne che non lasciano nulla di intentato per imporre la loro presenza, esse esprimono ironia e disincanto sull’ideale di bellezza su cui si fonda ogni estetica dominante. In realtà, è la pittura il vero soggetto d’ossessione e tutte le altre questioni sono aspetti provvisori dello sguardo pittorico che corre sempre più veloce di qualunque identificazione possibile. A Moiso non interessa un ideale armonico di bellezza ma la provocazione estetica di una pittura fatta sovra-pensiero, senza termini di paragone che non siano riconducibili allo spazio esuberante e sensuale del colore, colore schizzato, stratificato, plasmato con le mani, fatto di continue interferenze tra segno e materia: in effetti è la pittura a indurre in tentazione l’artista con il suo vortice espressivo. Ogni opera è una storia di gesti pittorici che vanno da quelli costruttivi a quelli disperatamente irriconoscibili, dalle geometrie piatte ai grumi di materia, dall’aggregazione irrazionale dei pigmenti al desiderio di ricavarne figure, almeno l’intuizione di una figura che nasce dal caos delle vibrazioni materiche.

Il modo di aggredire la superficie è il soggetto stesso della pittura, la rapidità di spostamento e di sovrapposizione coinvolge lo sguardo con fendenti e sciabolate che lo travolgono nel fluire continuo dei colori e lo spingono ad addentrarsi nei particolari.
Ma, a sentire Moiso, non sono i particolari che contano, non sono le armonie ben calibrate – che è questione della pittura che vuol essere bella – ma conta il gran vento che increspa la materia, senza più nulla da nascondere: i segreti sono già stati svelati. Ogni immagine ha bisogno di muoversi su geometrie di fondo che costituiscono lo schermo preliminare su cui debordare, l’artista copre e articola l’impulso del colore quasi sempre oltre il perimetro stabilizzante della struttura di base. Entro la quale s’avvertono i movimenti delle mani che attraversano il quadro con strani magnetismi, ed è proprio la loro rapidità di comunicazione a fare della pittura di Moiso qualcosa che è riduttivo definire con le categorie stilistiche che siamo soliti usare: figurale, informale, gestuale, espressionista e via dicendo. Essa è pittura basata sulla vertigine delle passioni cromatiche e, in quanto tale, pittura che risponde alle avventure della pura sensibilità, una disciplina che inventa volta per volta le sue regole immaginative, imprevedibile e sempre disposta a seguire le tentazioni del colore.