Intervista l'amico Giorgio Moiso
a cura di Stefano Soddu| interviste
Quando e perché hai iniziato a dipingere?
E' difficile rispondere a questa domanda senza correre il rischio di dare una risposta
banale o scontata. Faccio miglior figura a dire: non lo so.
Allora cambio domanda. Quando hai capito che il tuo lavoro sarebbe stato quello
dell'artista?
Nel 1970 mi guadagnavo da vivere suonando rock and roll con il mio gruppo. Suonavo la
batteria.Già a quel tempo la pittura era la mia grande passione. Accadde che il mio gruppo rimase per alcuni mesi
senza lavoro.Nonostante la situazione difficile decisi
di organizzarei una mostra e, con mia grande
sorpresa, ebbi successo. Vendetti quasi tutto. Quella esperienza mi fece capire anche una
cosa: mi costava meno fatica fare il pittore. E così feci.
Ogni artista ha un riferimento in altri artisti, in uno o più maestri, “padri d'elezione”,
che lo hanno maggiormente influenzato. Quale è o quali sono i tuoi “padri”?
I miei padri sono tantissimi. Preferisco gli artisti che hanno rivoluzionato in vario modo i
linguaggi dell'arte. Duchamp, sopra tutti. E poi Malevic, Kandinskji, Gorky, Warhol,
Kaprow, Maciunas, Kosuth, Beuys, Cage, Monk, Miles Davis, Coltrane, Kubrik e tantissimi
altri. Nella mia esperienza diretta ho avuto la fortuna di frequentare Dangelo, che mi è
stato maestro nel rigore. Mi ha anche insegnato a non trascurare, anche nell'arte, l'aspetto
ironico della vita.
Passiamo ora al tuo modo di far arte. Quali sono stati gli stimoli che ti hanno
introdotto nel tuo modo “gestuale” di dipingere?
E' stato un passaggio graduale. Ad un certo punto mi sono ritrovato nel bel mezzo di una
baraonda gestuale, inondato di colori dalla testa ai piedi. Da quel momento la felicità di
tracciare e compiere un gesto sulla tela, di riempire la stessa di colori, non mi ha più
abbandonato, almeno per ora. E' come una dipendenza, un piacere nel quale immergermi
completamente.
Ed è per questo, forse, che preferisci operare su grandi superfici? Più grande è la
superficie, più grande è il piacere?
Forse.... più grande è la superficie, più il gesto si esalta, o forse... perché sono anche un
maledetto narcisista. Mi piace stupire.
I colori che tu usi, i gesti che tu compi, da dove, secondo te, provengono?
I colori. La maggior parte delle volte sono scelti a caso. Il bel accostamento di colori mi
lascia indifferente. Non lo ricerco. Anzi, preferisco utilizzare colori accostati a caso... che il
quadro poi alla fine risulti bello o brutto non mi riguarda e non mi importa. Per me è più
importante averlo fatto, aver vissuto nel farlo un momento di vita assoluta. E poi... mi
piacerebbe fare solo quadri brutti e chissà che non ci stia riuscendo benissimo già adesso.
Per quanto riguarda i gesti, non vorrei parlare troppo dell'argomento “gesto”. Non mi
ritengo infatti un pittore gestuale, nel senso che di solito si usa dare a questa parola. Mi
riferisco all'action painting, al Tachisme, all'Art autre, e agli anni cinquanta in genere.
Chiarito il punto, certamente il punto fa parte del mio linguaggio, inserito, almeno spero, in
un contesto di inequivocabile contemporaneità.
Quanto nelle tue opere viene filtrato dalla tua cultura?
Beh. Ogni artista esprime quello che è. Soprattutto culturalmente .... fammi una cortesia...
Ben volentieri se posso.
Potresti rispondere per me?
Si, volentieri, ma attraverso questa domanda. Tu sei anche musicista, hai indicato
tra i tuoi maestri grandi musicisti. Quanto nelle tue opere proviene dalla tua
musica?
Pittura e musica (nel mio caso jazz) si fondono perfettamente. Le parole Caso e
Improvvisazione ti suggeriscono qualcosa?
Le domande le faccio io. Ti senti allora più musicista o più pittore?
Mi piacerebbe essere artista.
La tua arte è in continua evoluzione. Intravedi ora delle prospettive su cui vorrai
lavorare? Se si, quali?
Potresti farmi un'altra domanda per favore?




