Giorgio Moiso, impronte nella storia Simonella Condemi


Simonetta Condemi Simonella Condemi

Direttrice di Galleria dell’Arte Moderna, Palazzo Pitti

Non mi sembra che Giorgio Moiso si possa riconoscere soprattutto nelle sue inedite e particolarissime azioni performative, che portano comunque il segno tangibile della ricerca di vari linguaggi del passato.
Caractèr, il termine greco per definire impronte, oppure anche storia, significa seguire le tracce per poter scrivere le storie e gli eventi successivi.

Moiso si concentra sulle impronte di carattere immergendosi fino in fondo, divenendo un tutt’uno con la materia che calpesta, lasciando volutamente le sue impronte con tutto il suo peso di corpo fatto di carne, e ribadendo nella performance l’assoluta identità tra tutte le forme viventi, quelle già narrate con un racconto di linee e colori, e quelle ancora in gestazione, conservate nel liquido amniotico dell’intuizione.
La forma, sembra stando ad utilizzare questa parola per un artista apparentemente lontano da quello che è il significato classico ed abusato della parola, è per Moiso una sfida costante.

A me sembra, vedendo le sue grandi tele, di recepire una sua ricerca mai sazia di ogni lessico che possa condurre ad espressioni formali libere di comporre insieme ad altre una disarticolata sinfonia.
Certo i riferimenti a cammini paralleli con gli altri artisti sono innumerevoli, né potrebbe essere alrtrimenti viste le comuni sensibilità nei confronti di ogni fenomeno del visibile: Pollock, Mirò. Quello che tuttavia mi colpisce di più e che trovo davvero interessante è il filo di Arianna presente in molti suoi dipinti, che si annoda e si snoda, facendo apparire ai nostri occhi l’esperienza più alta della pittura del barocco veneziano, vista con gli occhi febbrili di Filippo De Pisis.

Quanto di Francesco Guardi nella identica straordinaria capacità di frammentare la forma e restituirla moltiplicata in luce e colore, quanto della visionarietà di ogni grande genio veneziano si pensi al Tintoretto, fa da scenario dimenticato ma non rimosso alle visioni quasi apocalittiche in cui l’artista attraverso una storia dipinta apparentemente in non senso, si ricollega e ci riporta davanti agli occhi in un nodo singolarissimo le sue reminiscenze di tutto quello che il suo sguardo ha memorizzato e poi confuso, mescolato nelle coinvolgenti energie gestuali e nelle incontenibili esplosioni materiche e cromatiche.

Una visione fattiva del dipingere diviene operativa attraverso lo svilupparsi della sua ricerca, in cui il fare viene immerso nel continuum spazio-temporale dell’esistere e viene a sua volta esaltato dalla sinergia che deriva dal rapporto con il pubblico.
Un linguaggio che si presenta multidisciplinare visione ed ascolto di brani musicali, per condurre la visione in sfere disincantate ma serene idonee sia all’artista che allo spettatore, possono confrontarsi.

Una ricerca complessa ed unica quella dell’ artista che pur muovendosi dall’ action painting(Pollock,DeKooning,Kline) si collega anche al Gruppo Gutai, agli Happenings di Kaprow dalle azioni del movimento fluxus a quelle del Wiener Aktionismus.
Ma la particolarità del modo di dipingere del nostro è la capacità materica-sensoriale di fare apparire delle viosioni quasi ricordo di alcune grandi opere cinematografiche. Alcune grandi tele mi ricordano Odissea nello Spazio di Kubrich, o Stalker di Tarcoski, e questa relazione del resto trova conferma nella definizione di Harold Rosenberg “…Il quadro stesso è solo un “momento” nel caos eterogeneo della sua vita… L’atto di dipingere partecipa della stessa sostanza dell’esistenza dell’artista.”

L’essenziale non è più l’arte, ma l’immergersi nell’esperienza compiuta nella trasformazione di sé, la forma quindi si fa via via sempre più inafferrabile perché si identifica quasi definitivamente con le esigenze materiche ed emergenti dal fondo come pianeti di una lontana galassia.
Esiste una forte componente lirica nella memoria della pittura e del colore in Moiso, trattenuta con sforzo dall’impegno di garantire sempre una pittura in azione che comunque non dia modo al caos di divenire protagonista assoluto nelle tele, come nelle performance o negli happening.
Quello che mi sembra si evidenzia è l’innata capacità dell’artista di dipingere con velocità quasi per non perdere l’immediatezza per primeggiare l’intuizione.
Nel connubio di musica e pittura si concentra, forse, anche, lo spettatore disorientato ma certamente guidato verso mondi paralleli fatti di segni da seguire, di colore che espolde come un fuoco di artificio, di elementi che galleggiano nello spazio bianco del dipinto, scenari quasi da quinta teatrale dove si possono trovare echi e memorie di tante esperienze recenti e del passato.

La materia, con la sua vita indipendente, si esprime in libertà e con un dono innato della sintesi facendoci apparire visioni che mentre si realizzano si scompongono, nell’infinito spazio del rapporto tra il visibile e la percezione di ciò che oltre l’immagine dell’artista, si può cogliere e restituire a chi guarda.