Dalla natura alla natura di Luciano Caprile


Luciano CaprileNella presentazione in catalogo della prima mostra di Giorgio Moiso alla Galleria San Michele di Savona, Giancarlo Vigorelli esordiva con questi versi di Montale:
“… Sentire/ noi pur domani tra i
profumi e i vènti/ un riaffluir di sogni, un urger folle/ di voci verso un esito; e nel sole/ che
v’investe, rivivere,/ rifiorire!”.

A quel tempo, siamo nei pieni anni Settanta, l’artista di Cairo Montenotte dipingeva alberi e cespugli nervosamente protesi verso il cielo con caparbietà iperrealista, ma anche legati ad una vicenda sotterranea sovente esibita come uno spaccato di umori metamorfici, di contrasti tonali che, diversamente dalla limpidezza del racconto aereo, riguardavano il travaglio dell’intimo. Le due facce della natura ovvero le due facce della vita: quella dell’apparenza e quella della sostanza.
Un modo per cercare “voci verso un esito”, per cercare di
“sentire/noi pur domani tra i profumi e i vènti/ un riaffluir di sogni”
partendo dal di dentro.

Sentirsi essenza della natura genitrice e rappresentarla rappresentando se stessi, è stato l’impegno ideale e formale di Moiso pur attraverso l’evoluzione di una indagine che da allora ha privilegiato il versante delle emozioni anche forti e drammatiche piuttosto che la descrizione di un contorcimento di radici o l’aspirazione metafisica di rami spogli protesi verso il cielo.

Evidentemente il passaggio non poteva rivelarsi indolore, tanto che Moiso si è trovato a dover combattere e a dover colloquiare col vuoto per parecchi anni, vale a dire dal 1979 al 1986. l’immagine della natura e il suo racconto per frazioni (come aveva cercato di fare in quel primo catalogo proponendo il particolare di un quadro che si andava ricostruendo man mano che correvano le pagine) non bastava più.
Occorreva intraprendere la via del particolare per accedere a quelle verità da far esplodere e in cui “rifiorire”.

Nel nel 1987 Moiso riprende a dipingere e per un paio d’anni rimugina alberi e canneti in un contesto timbrico e descrittivo totalmente rinnovato: i colori puri e violenti prendono il posto delle tonalità modulate per gradi; il gesto ha il sopravvento sul segno.

In alcuni acrilici e nei piatti di ceramica l’immagine è ormai superata e scomposta in esplosioni radiali o in fughe o in graffi che annunciano una coscienza informale coltivata già sotto le prime radici. “I suoi quadri nascono certamente più dall’intuizione che da una precisa volontà costruttiva,” afferma in proposito Silvio Riolfo Marengo.

E’ vero, ma nascono altresì da quel tumulto compresso che guida la mano nel parossismo e magari anticipa l’intenzione stessa che, avanzando, produce forme eruttate dalla convinzione di trovarsi al centro di un divenire emozionalmente incontrollabile perché “il suo impasto è costituito dalla terra, dall’humus, dai detriti, dalle foglie diventate materia pura”, per dirlaancora con Riolfo.

Solo che questo è l’impasto di Moiso medesimo, è carne della sua carne.
Evidentemente il travaglio comporta sacrifici troppo onerosi. Infatti Moiso (l’abbiamo già visto) necessita di momenti di pausa, di riflessione, talvolta nel desiderio/timore di scegliere una via di minor sofferenza ma anche di minor gloria.
Tra il 1989 e il 1990 sente il bisogno di liberare il gesto, di farlo correre sulla carta.

Nascono opere informali estremamente disinvolte dove la rabbia tende a smarrirsi in un finto decoro, in un esercizio di stile, dove la “macchia” subisce il peso di se stessa. Tutto questo va accolto e va vissuto come una preparazione per il tumulto che seguirà, dopo una delle crisi ricorrenti che impediranno a Moiso di dedicarsi attivamente all’arte nel 1991.

Il periodo che intercorre tra il 1992 e il 1994 è chiamato delle “lettere” perché i quadri ossessivamente materici, inondati di colori a più strati, vengono solcati da scritte ora leggibili sui margini delle opere, ora impastate nella materia stessa, divenuta materia letterale, elaborazione
calligrafica di un magma che si sovrappone strato dopo strato su una base ordinata e campita di racconto. I tocchi successivi procedono per direzioni trasversali o secondo i ritmi lineari di una narrazione da interpretare lungo l’approccio decodificabile di una parola/immagine. Questo ciclo di lavori va considerato come un punto di riferimento importante per il futuro: da qui infatti prende coscienza e sostanza l’ultimo Moiso finalmente sciolto da ogni dubbio.

Ma prima di arrivare alle considerazioni più recenti è stato necessario al nostro artista un piccolo passo indietro che gli ha consentito di vagliare con maggior cura un momento gestuale, quello collocabile negli anni 1989-1990, utile al proseguo del cammino. Se allora l’esercizio compositivo poteva venire interpretato come una necessità di liberare il movimento in modo automatico, avulso da una regola strutturale e compositiva, ora (siamo nel 1995-1996) Moiso tenta una mediazione tra l’equilibrio di un impianto e un comportamento informale, tra la scrittura e il dripping, tra la macchia e un suo inserimento ritmico nello spazio, un ritmo ricercato anche in fase espositiva sulle pareti della galleria albisolese diretta da Franco Balestrini.

La natura viene espressamente evocata ma non dipinta: al di là delle scritte, sono le cadenze tonali, sono gli scivolamenti gestuali, sono le piccole esplosioni adeterminare un “paesaggio”.
L’impianto ricercato e trovato è davvero quello suggerito dalla natura.
Il cuore della nostra riflessione riguarda l’opera di Moiso del 1997 e del 1998 dove convergono tutte le esperienze trascorse in varia misura e intensità, ben consci che nulla va smarrito, che la cultura e la memoria, ovvero la cultura della memoria, sono un bene da coltivarsi facendo i giusti conti con il proprio passato.

La bontà del balzo verso il futuro dipende dalla qualità della rincorsa.
Ecco perché ci è parso non solo utile ma doveroso l’esame di un tragitto non sempre agevole nel corso degli anni costellato di scoramenti, di divagazioni di rotta che solo in apparenza possono essere valutate come fuorvianti. Invece, come ora tenteremo di sondare, rientrano in un ordito logico, quasi obbligato, per tutti coloro che intendono affrontare i grandi temi esistenziali non attraverso la lente della superficialità ma mettendo in gioco il proprio essere e il proprio divenire. La natura, che ci circonda e ci determina nonostante i nostri comportamenti contraddittori (o magari proprio per questo), è un punto di crisi per l’uomo di oggi.

Moiso l’ha ben inteso e l’ha rappresentato già negli esordi figurativi, quindi ha scelto di diventare parte integrante del problema, dipingendo il problema di sé.
L’esteriorità rimane in qualche titolo da recepire come viatico di intenzione piuttosto che come indirizzo di lettura profonda. La fantasia o la casualità ha suscitato un battesimo difficile da attribuire al risultato sulla tela. Il primo elemento che colpisce chiunque si accosti con lo sguardo e col tatto a queste opere di Moiso è lo spessore dei colori, è una abbondanza di materia che pare eruttata dalla tela stessa. E’ materia per produrre materia, è la terra che genera emozioni e drammi come per Riopelle.

E’ una materia che non racconta ma esprime, non ha più la necessità di evocare seppur lontanamente un elemento vegetale, come avveniva ancora per l’esplosione di Albero in rosso del 1991, e non si deve neppure più accostare alle scansioni ritmiche dell’informale dettato per la mostra alla Galleria Balestrini di qualche anno dopo. Ora è la forza devastante della materia stessa, una materia opulenta, immane, variegata e pressante, ossessiva e ricca di ambiguità gestuali e cromatiche, a condurre il gioco della natura.

Siamo al cospetto del caos-caso che, dilatandosi, produce ordine, produce un tentativo di contenimento di forma: Il solista americano del 1997 è compresso in una voluta nera che enuclea il peso del giallo-blu-rosso nei confronti del bianco dilavato di cornice; La corsa, del medesimo anno, trova nelle cadenze orizzontali del blu il clima da ripetere tra le gocciolature dell’ocra emerse da un fondo ripetutamente costruito e cancellato per reiterate accumulazioni.

Ne deriva un bianco travagliato e scosso su cui intervengono penombre di nero, teatro dei movimenti comportamentali di cui si diceva Non è agevole “raccontare” queste tele in cui l’ordine compositivo e armonico scaturisce da un’ossessione, da un susseguirsi di carichi colorici e gestuali in apparenza occasionali ma invece protesi verso un fine ultimo di equilibrio armonico, di inattesa sospensione aerea. Dove il peso visivo e reale e incombente dell’opera pare un miracolo di dinamica e di statica, pare il risultato di tappe successive magari non ancora concluse nel divenire ipotetico del quadro che entra negli occhi e nel cuore della gente.

Un altro sistema di approccio e di indagine (o di catalogazione effimera) tiene conto dell’impianto dinamico: gli ultimi lavori, per esempio Natura mossa e Paesaggio esagerato del 1998, sono aggrediti in superficie da pennellate lacerate, trascinate: le mani di Moiso sono intervenute per eliminare una parvenza di compiacimento offerto dal colore squillante lasciato cadere e solidificare sulla tela.

Si tratta di un elemento innovativo rispetto ai primi esiti del 1997.
In qualche altra circostanza (soprattutto ne Il giardiniere del Re e ne Il ballo della sposa del 1998) si fa strada una parvenza di disegno tracciato col bianco, un elemento fantasmatico a rammentare certe impostazioni di De Kooning per la sua evanescente woman.
E’ la natura che vuol proporsi ancora come icona partorita dall’emozione che ne evidenzia i tormenti?
Certo è quel filo esile e tenace dell’immagine, rappresentata dal primo Moiso in un duplice riflesso, non ha mai abbandonato (e come avrebbe potuto) questo percorso di scarnificazione interiore: lo specchio in cui perdersi e ritrovarsi è Emilio Scanavino di cui Giorgio Moiso ha ripercorso ligusticamente l’intendimento sacrificale.

A questo punto più che il “rivivere/rifiorire” vale l’invocazione montaliana da rivolgersi alla speranza:

“Portami il girasole ch’io lo trapianti/ nel mio terreno bruciato di salino,/ (…)./ Portami tu
la pianta che conduce/ dove sorgono bionde trasparenze/ e vapora la vita quale essenza;/
portami il girasole impazzito di luce.”
ci sembra un buon viatico per il cammino futuro.

Genova, settembre 1998